Il «potere nascosto» del lavoro manuale | giugno2015

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Martine Gilsoul

Dottoranda in Scienze dell’educazione, Comunità dell’Emmanuel

«I soldati di scorta erano di vario tipo. Ce n’erano di tremendi, come il capo Poljakov che si imbestialiva se vedeva un fiore ricamato sulla divisa, ma ce n’erano anche di umani»1. Kommunella Markman ricorda con un certo sguardo positivo, che lascia perplessi, gli anni trascorsi nel lager, convinta che la sua esperienza le abbia dato la possibilità di conoscere davvero l’umanità: «Non bisogna mai credere di aver capito una persona... l’essere umano ti può sempre sorprendere. [...] Ad esempio le donne! Non ci si può immaginare cosa possono essere le donne! Tornavano dal lavoro disfatte ma si sistemavano i capelli perché volevano essere belle. Scrivevano lettere, ricamavano fazzoletti, non avevamo una casa, una vita privata, non avevamo la speranza, ma la vita sì. E avevamo l’amicizia e l’amore. Quante si sono sposate dopo il lager! [...] Ho capito che l’NKVD aveva perso, perché non sarebbe riuscito con nessun mezzo a strappare agli uomini l’umanità».

Ci sarebbero tante cose da dire su queste vite di donne, bellissime e coraggiose, ma qui mi voglio soffermare sulla sua prima affermazione: come mai un ricamo ha questo potere di far imbestialire una guardia? Sarà la gratuita del gesto? La bellezza di un disegno in un luogo dove non c’è posto per essa? Sarà che hanno impiegato tanti mezzi per togliere la dignità ai prigionieri? Come mai queste donne, prive di tutto, costrette a dei lavori molto pesanti, trovavano ancora la forza, dopo ore di lavori disumani, di ricamare? Sarà che in questa attività si nasconde un «potere» speciale, sarà che vi trovavano un conforto?

Da quando mi sono affacciata al mondo Montessori, mi rendo conto di quanto è importante lavorare con le mani, e non solo per i bambini! Maria Montessori considera la mano l’organo dello spirito. Richard Sennett, sociologo statunitense, discepolo di Hannah Arendt, anche se non condivide la sua visione del lavoro, ha studiato a lungo il beneficio del lavoro manuale. Riassumendo il suo pensiero, si può dire che egli è giunto alla conclusione che quando la mano divorzia dello spirito, è lo spirito che ne paga il prezzo2. Il lavoro della mano ritrova così un valore che troppo spesso è stato trascurato, essendo visto come una perdita di tempo o anche come una cosa meno interessante. Ciò significa anche che il lavoro delle mani ci consente di essere in maggiore contatto con la realtà (quella vera in tre dimensioni e non quella finta dei giochi sui tablet), e che ci dà la possibilità di essere in contatto con noi stessi. A forza di sfiorare i touch screen abbiamo dimenticato che abbiamo dell’oro sulle punte delle dita.

Da alcuni anni accompagno un gruppo di ragazze che vengono a Roma per studiare. Una volta al mese ci ritroviamo per parlare della donna (antropologia, differenza sessuale e diversi temi legati al femminile...). Per l’incontro di novembre, dopo aver ascoltato il Vangelo della parabola dei talenti, ho avuto l’idea, che mi sembrava banale e scontata, di chiedere ad ognuna di trovare in sé almeno due talenti. Non pensavo di provocare una crisi per alcune di loro! Pianti, «non ho nessun talento», «è impossibile»... Possibile che ragazze così in gamba, così solari, abbiano avuto questa reazione? Come mai?

Uscii sconvolta da quella giornata. Poi ho ripensato alle nostre condivisioni, e mi sono resa conto che più gli anni passano, e quindi più vedo le giovani cambiare, più esse hanno difficoltà a parlare di sé. Sul piano spirituale e teologico sono imbattibili (imparo tanto da loro), ma per quanto riguarda la loro umanità c’è un cantiere aperto, dove si potrebbe dire che mancano le fondazioni. Come se non sapessero chi esse sono, non sapessero le cose che piace loro fare o che fanno bene, fino a lanciarsi subito nei discorsi generici sui problemi della società... A questo punto mi chiedo che «efficacia» abbia un discorso teoretico che non sia sostenuto dalla «carne», che non sia radicato nella vita.

Un mio caro amico, diventato vescovo, mi diceva anni fa: «Con i giovani di oggi bisogna prima insegnare ad essere uomini e donne, e poi passare allo spirituale». Quanto è vero! Quindi con queste ragazze ho iniziato a farle riflettere sui loro desideri profondi. Come possono amare sé stesse se non si conoscono, se non sanno di cosa sono capaci? Edith Stein non dice altro quando scrive che la donna rischia di perdere la sua «forma» e di disperdersi quando non è impegnata in modo profondo in un lavoro o in un’attività. Penso che abbiamo tutte fatto l’esperienza del grande rischio che incombe quando vogliamo fare tutto e alla fine finisce che non combiniamo un granché. È quindi importante fare un lavoro di oggettivazione, interrogandosi sulle cose che ci piace fare e che ci aiutano ad avere più fiducia in noi stesse, a condividere i nostri talenti con gli altri. Non importa che i talenti ricevuti siano due, cinque o dieci, ma è mia responsabilità farli fruttificare.

Spesso come cattoliche c’è la tentazione di dimenticarci di noi per aiutare gli altri. Mi sembra che così facendo si viene meno al comandamento di Gesù: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Come mai queste ultime tre parole sono quasi sempre cadute in oblio? E quindi quando faccio un’attività che mi fa piacere mi sento in colpa... Non è egoismo prendere tempo per sé stesse, anzi vediamo che le donne che si concedono ogni tanto un piacere sono più capaci di aprirsi agli altri. Ho diverse amiche, mamme, nonne, impegnatissime in diversi campi, che hanno trovato una risorsa nel seguire un corso di attività manuale, ceramica, découpage, cucito, e simili. Una di esse mi diceva che quando ne usciva si sentiva meglio, piena di energie da poter condividere con gli altri. Il giorno del mio compleanno mi sono iscritta ad un corso di «costruzione con il cartone»: nel Metodo Montessori si usano tante scatole, vassoi diversi che costano parecchio. È stata una giornata che mi ha fatto tanto bene! Non solo per il sano orgoglio di aver costruito una scatola bellissima (con il coperchio!), ma anche perché lavorare con le mani rilassa, la precisione ha un senso e dà sicurezza. Allora riprendiamo l’uncinetto, il libro di ricette, la penna per scrivere lettere, forbici e aghi. Chiediamo consigli alle nostre nonne su come si fa. Ritroviamo l’uso delle nostre mani. Al lavoro!



 

1 A. Bonaguro, M. Dell’Asta, G. Parravicini, Vive come l’erba... Storie di donne nel totalitarismo, La casa di Matriona, Milano 2015, p. 71-74. Dopo una lezione di storia durante la quale è colpita dalle parole sulla giustizia, Kommunella fonda con altri cinque compagni di classe un gruppo terroristico clandestino «Morte a Berija» che scrive volantini che incollano sui muri. Nel 1948 quando ormai il gruppo non esiste più i membri sono arrestati, ha 24 anni. Dopo cinque mesi di inchiesta è condannata a 25 anni di lager e a 5 anni di privazione dei diritti civili. Dopo 8 anni è liberata.

 

 

2 R. Sennett, Ce que sait la main. La culture de l’artisanat, Albin Michel, Paris 2010.

 

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