Madre e lavoratrice: ruoli in conflitto?

madre lavoratrice

Isabelle Cassarà

Officiale del Pontificio Consiglio per i Laici

Madre di famiglia

Italia


Conciliare attività lavorativa, esigenze familiari e educazione dei figli è un problema sempre più sentito dalle donne di oggi.

La lotta per la parità politica, sociale ed economica tra i sessi ha portato nel tempo a un graduale processo di emancipazione delle donne che ha avuto vari risvolti, tra i quali – certamente di grande rilevanza – quello di aver consentito l’ingresso della donna all’esercizio delle professioni e alla partecipazione alla vita politica e amministrativa. Senza voler entrare nel merito delle molteplici ideologie nate sotto la bandiera dell’emancipazione femminile, vorrei soffermarmi brevemente su un argomento che riguarda e che sta senza dubbio a cuore a grandissima parte delle donne del nostro tempo: la conciliazione,o “bilanciamento”,tra attività lavorativa e esigenze familiari. Non si può negare, infatti, che al di là delle conquiste raggiunte, oggi compiti professionali e cura della famiglia sembrano essere due impegni totalmente inconciliabili.

Recentemente, assistiamo a due tendenze opposte: da una parte ci sono donne che decidono di ridurre o di lasciare l’attività lavorativa per dedicarsi completamente alla casa e ai figli, alcune rinunciando a influenti ruoli manageriali altre anche a costo di sacrifici economici non indifferenti. D’altra parte, invece, molte donne preferiscono rimandare o scartare l’idea di costruirsi una famiglia per impegnarsi totalmente nella carriera. Queste due tendenze rivelano un dato essenziale, ossia che il mondo del lavoro è – non lo si può negare – ancora su misura per maschi e che le donne per essere totalmente competitive devono liberarsi della maternità. Questo dato sembra essere confermato anche dalle politiche adottate dalle grandi aziende, come non ricordare – per esempio – la recente notizia che i due colossi americani Apple e Facebook hanno dichiarato di essere disposti a farsi carico dell’elevato costo del congelamento degli ovuli delle proprie dipendenti, nell’eventualità che un giorno desiderino avere un bambino, al fine di permettere loro di dedicarsi completamente al lavoro senza doversi negare, nel momento che ritengano più opportuno, il “piacere” di divenire madri. Allo stesso proposito, uno studio presentato di recente dal New York Times, riportato anche dalla stampa italiana, rivela che gli uomini con figli hanno maggiore possibilità di essere assunti e di avere una retribuzione maggiore rispetto agli uomini single o senza figli, mentre per le donne l’arrivo di un figlio non solo rallenta la carriera, in alcuni casi arretrandola addirittura, ma causa anche una perdita del 4% delle entrate. D’altra parte, è stato anche dimostrato che la maggior parte delle donne che occupa posizioni di leadership è senza figli. Dunque, pare sia inconfutabile: famiglia e lavoro sono difficilmente conciliabili nella realtà di oggi…ma le domande che sorgono da questa considerazione sono: il ruolo di madre e di lavoratrice sono davvero in conflitto? È giusto e, soprattutto, è sano per la società e per le strutture economiche, sociali e statali fare a meno del contributo delle donne e, nello specifico, delle madri? È giusto che una madre si ritrovi nella posizione di dover scegliere tra lavoro e famiglia?

La Chiesa, esperta di umanità, ha sempre riconosciuto a gran voce l’altissima dignità della donna, dignità che le proviene dal suo stesso essere! Più di ogni altro, la Chiesa ha voluto sottolineare che il ruolo che la donna ricopre per il benessere della famiglia e la crescita dei figli è uno dei servizi più importanti che essa rende al mondo, servizio in cui è insostituibile non solo per i membri della famiglia ma per la società intera, giacché è nella famiglia che «si plasma il volto di un popolo, è qui che i suoi membri acquisiscono gli insegnamenti fondamentali. Essi imparano ad amare in quanto sono amati gratuitamente, imparano il rispetto di ogni altra persona in quanto sono rispettati, imparano a conoscere il volto di Dio in quanto ne ricevono la prima rivelazione da un padre e una madre»[1]. Allo stesso tempo, però, la Chiesa riconosce che la presenza della donna non risulta decisiva esclusivamente all’interno della famiglia, ma è particolarmente indispensabile in tutti gli ambiti della vita pubblica e, dunque, nel mondo del lavoro. Giovanni Paolo II, nella meravigliosa Lettera che volle indirizzare a tutte le donne nel 1995, in occasione della IV Conferenza  Mondiale ONU di Pechino sulla Donna –di cui ricorrerà nel 2015 il ventesimo anniversario della sua pubblicazione –, parla dell’essenziale e specifico contributo che le donne lavoratrici apportano per «l’edificazione di strutture economiche e politiche più ricche di umanità»[2] e riconosce che il pieno inserimento delle donne nella vita sociale, economica, artistica, culturale, politica deve essere considerato un atto di giustizia più che una necessità[3]. La Chiesa, dunque, mentre insiste sul compito cruciale delle madri nella cura della famiglia, auspica anche che le donne siano presenti nel mondo del lavoro e dell’organizzazione sociale, avendo anche accesso a posti di responsabilità, a vantaggio di quell’arricchimento che solo il “genio della donna” sa portare alla comprensione stessa del mondo e per la piena verità dei rapporti umani[4].

È, dunque, necessario e deve poter essere possibile trovare modi per “armonizzare” queste due attività – lavoro e famiglia – nella vita delle donne. Ma, in che modo? Non si può negare che le politiche familiari per il bilanciamento portate avanti da molti stati, risultino inefficaci e insufficienti, perché volti esclusivamente a separare nettamente il ruolo di lavoratrice da quello di madre per brevi periodi, piuttosto che a dare la possibilità alle donne di riuscire a integrare, ad “armonizzare” le responsabilità che derivano dalle loro diverse mansioni. Si pensa a ridimensionare il ruolo della donna, anziché cambiare le strutture per renderle più flessibili e adattabili alle esigenze familiari. Le iniziative e la legislazione in questo ambito devono, invece, tener conto che l’intreccio di esigenze familiari e lavorative hanno caratteristiche diverse nella vita di una donna rispetto a quella di un uomo. È per questo, ritengo, che la nota giornalista e scrittrice Costanza Miriano osava dire molto argutamente che le donne che chiedono la parità di diritti in questo campo sono poco ambiziose!

È ormai particolarmente urgente che venga superata questa dicotomia tra maternità e lavoro, e questo sarà possibile solo con una svolta che sia, in primo luogo, culturale! Giovanni Paolo II lo aveva chiaro quando, nella sua esortazione Familiaris consortio, scriveva: «Si deve superare la mentalità secondo la quale l’onore della donna deriva più dal lavoro esterno che dall’attività familiare»[5]. Bisogna promuovere a tutti i livelli questo cambiamento di mentalità ed elaborare una cultura che sappia dare valide ragioni per le quali il lavoro che le donne svolgono in seno alla famiglia va considerato un bene indispensabile per la società, perché tutto orientato al bene comune e alla felicità dei popoli. Scoraggiare e misconoscere il ruolo delle madria vantaggio di processi produttivi che obbediscono esclusivamente a logiche dell’efficienza e del profitto,così come anche sottostimare l’imprescindibile parte che le donne hanno nella cura dell’altro – e mi riferisco qui alle molte donne che si prendono in carico la cura degli anziani e dei malati all’interno delle proprie relazioni familiari – non può che essere dannoso per l’intera società. Bisogna rendersi conto che la famiglia, ed in essa in modo peculiare la donna, assume delle funzioni sociali  particolarmente importanti per il benessere del genere umano e difficilmente attribuibili ad altre istanze. Solo partendo dal riconoscimento di queste funzioni e dalla rivalutazione dell’insostituibile ruolo della donna nel lavoro in casa e nell’educazione dei figli, sarà possibile attendersi politiche che non mortifichino, né discriminino le donne madri, ma che anzi si prefiggano soluzioni innovative che tendano a una vera armonizzazione dell’organizzazione del lavoro con le esigenze della missione della donna all’interno della famiglia.Una riformulazione dei sistemi economici che tengano conto e valorizzino il lavoro svolto dalla donna in famiglia, non potrà che andare a vantaggio di una “umanizzazione” di questi stessi sistemi. 



[1] Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai vescovi sulla collaborazione dell’uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo, n. 13.

[2] Giovanni Paolo II, Lettera alle donne, n. 2.

[3]Cfr. Ibid. n. 4.

[4]Cfr. Ibid., nn. 2, 9, 10.

[5] Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 23

Magistero Pontificio

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