La donna secondo il documento conclusivo del Sinodo speciale per l’Africa: Africae munus

Dignità al femminile

Nell’Esortazione apostolica postsinodale Africae munus, Benedetto XVI praticamente all’inizio (Introduzione, 4) dichiara di essere rimasto impressionato dal realismo e dalla lungimiranza degli interventi al Sinodo dello scorso anno. Vale per tutti gli aspetti della riflessione fatta dalla Chiesa universale sulla sua condizione in Africa, ma vale anche per comprendere meglio l’azione di quelle Chiese locali, di quelle società civili che in parte educano e formano, degli attori di questa realtà. Terra tradizionalmente di missione, l’Africa trova oggi, nonostante la sua persistente emarginazione dai grandi consessi internazionali, una sua propria capacità di missione che è anche servizio sociale, contributo culturale e persino antropologico alla costruzione di una convivenza internazionale diversa.

In questo il ruolo più cruciale, il sentire più qualificante — del quale l’Africae munus dà conto — è forse quello al femminile. Del resto, intorno alla donna si costruisce la casa e si definisce la pace. Una pace che non è parentesi tra situazioni di conflitto, ma assunzione di senso, persino oltre il tempo contingente. La donna, trasmettitrice di vita, è effettiva garanzia anche dell’incarnazione del processo di pace nella storia. Non a caso, l’Esortazione ricorda che «nella visione africana del mondo, la vita viene percepita come una realtà che ingloba gli antenati, i vivi e i bambini che devono nascere, tutta la creazione e ogni essere: quelli che parlano e quelli che sono muti, quelli che pensano e quelli che non hanno alcun pensiero. L’universo visibile e invisibile viene considerato come uno spazio di vita degli uomini, ma anche come uno spazio di comunione ove le generazioni passate sono a fianco, in maniera invisibile, delle generazioni presenti, madri a loro volta delle generazioni future» (III, 69). Di questa duplice direzione, che per il cristiano è comunione dei santi e apertura alla vita, le donne sono la principale forza visibile.

Di questo alle donne africane il Papa dà un riconoscimento non solo religioso e spirituale, ma anche — linea con la cifra antropologica del suo ministero così come è andato delineandosi negli anni — sociale e persino propriamente politico, offrendo loro la dottrina sociale della Chiesa come strumento prezioso per impegnarsi con discernimento nei diversi progetti che le riguardano, portando alla società tutta il contributo dei doni propriamente femminili, l’amore e la tenerezza, l’accoglienza e la delicatezza, e infine la misericordia. Questi valori, che le donne sanno trasmettere ai figli e di cui il mondo ha bisogno, sono quelli che favoriscono la riconciliazione degli uomini e delle comunità, in sintesi la costruzione della pace (cfr. ii, D, 59).

Azione propriamente politica è colmare i ritardi, in Africa come altrove, che ostacolano ancora il riconoscimento della donna nella sua dignità e nei suoi diritti. Di qui, anche il forte invito del Papa «a combattere ogni atto di violenza contro le donne, a denunciarlo e a condannarlo» e l’ammonimento secondo il quale «converrebbe che i comportamenti all’interno stesso della Chiesa siano un modello per l’insieme della società» (ii, D, 56).

L’Africa, infatti, non fa eccezione (e anzi paga il prezzo più pesante) alle discriminazioni subite dalle donne in tutto il mondo e alla diffusa non applicazione delle leggi a loro tutela. Purtroppo, nei processi di sviluppo e di democratizzazione in atto o che si tentano nelle società africane, questo aspetto non trova l’attenzione necessaria. Per esempio, è di fatto ignorato il ruolo fondamentale avuto dalle donne nell’avvenimento forse più rilevante di quest’anno nel continente, la nascita il 9 luglio del Sud Sudan indipendente. Purtroppo dopo già pochi mesi aleggia su questo ruolo, e sugli impegni assunti dalla nuova dirigenza sudsudanese, la minaccia dell’incuria, se non del vero e proprio tradimento. La stesura della Costituzione provvisoria, che ha preceduto la dichiarazione d’indipendenza, non ha soddisfatto le rappresentanti dei movimenti femminili, che chiedono più spazio nell’attuale processo costituzionale. «Il nuovo Stato dovrà parlare con la voce delle donne. Siamo una parte importante della popolazione e rivendichiamo il nostro ruolo nella vita del paese», ha dichiarato subito dopo l’indipendenza Melania Itto, rappresentante del Media Women in South Sudan, associazione di matrice cattolica per i diritti femminili e la lotta alla discriminazione, in un’intervista all’agenzia missionaria Misna.

Quello delle associazioni cristiane si annuncia come un ruolo non secondario nel processo di costruzione del nuovo Stato dopo la separazione da Khartoum e dall’egemonia culturale islamista che al Sudan unito era stata imposta dal regime del presidente Omar Hassam el Bashir. Tra l’altro, il network delle emittenti cattoliche che fanno riferimento a Radio Bakita (dal nome della prima donna sudanese dichiarata beata) costituisce una parte rilevante dell’informazione in un Paese dove resta altissimo il tasso di analfabetismo.

Tuttavia, la tanto attesa indipendenza giunge in un momento in cui le donne del Sud Sudan pagano ancora un altissimo prezzo per il sottosviluppo e la povertà diffusa, lasciate in eredità da oltre vent’anni di conflitto. Il Paese è in assoluto al mondo quello con il più alto tasso di mortalità materna durante il parto, pari a una donna su sette. «Da queste parti una bambina ha più probabilità di morire di parto che di finire le scuole elementari» ha ricordato ancora Itto, il problema «è strettamente connesso con quello del matrimonio forzato di giovani bambine al di sotto dei quindici anni, una piaga diffusa specie nelle campagne e tra le comunità di allevatori di bestiame». Soprattutto nelle zone rurali, infatti, le donne vivono ancora marginalizzate e diventano, in alcuni casi, merce di scambio con il bestiame tra clan e famiglie. «Quando, in cambio di una donna, una famiglia ha pagato molte mucche, vuole che questa partorisca per suo marito tanti figli. E in assenza di cure e degli esami necessari, la morte durante il parto diventa cosa comune», ha spiegato ancora Itto.

Eloquente, per tutto il mondo, per il continente e in particolare per la tormentata regione dei Grandi Laghi, è anche il primo rapporto Progressi delle donne nel mondo, presentato lo scorso luglio da Michelle Bachelet, l’ex presidente del Cile che ora guida la nuova agenzia delle Nazioni Unite per le donne (Unwomen). Riguardo alla tragedia congolese, ma non solo, lo studio rileva che lo stupro viene spesso usato come una vera e propria arma di guerra, «al fine di trasmettere deliberatamente l’Aids con l’obiettivo della contaminazione forzata».

Nelle stesse ore veniva pubblicata a Ginevra la relazione della commissione d’inchiesta insediata dal Consiglio dell’Onu per i diritti umani sugli stupri di massa commessi tra il 30 luglio e il 2 agosto 2010 nella Repubblica Democratica del Congo. Per la commissione, gli attacchi sono stati «pianificati in anticipo e portati avanti in maniera sistematica» e possono pertanto «costituire crimini di guerra e contro l’umanità». L’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani, Navanethem Pillay, ha sottolineato come questi crimini non vengano mai puniti, anche per il timore di rappresaglie, «ponendo così un serio ostacolo alla prevenzione di future violenze». Un’implicita conferma l’ha data, sempre in luglio, il dipartimento di Stato di Washington, con un rapporto sull’ennesimo stupro di massa nel Paese africano. Fonti mediche avevano denunciato che, fra il 10 e il 13 giugno di quest’anno, 248 donne erano state violentate nei villaggi di Nakiele, Abala e Kanguli nella provincia del Nord Kivu. Secondo testimoni, all’arrivo delle truppe a Nakiele, gli uomini si erano nascosti nella foresta per sfuggire alla cattura. I soldati si erano abbandonati alle violenze sulle donne che all’indomani avevano raccontato l’accaduto ai propri mariti. Per una decina di loro, questo aveva significato essere ripudiate. Erano però intervenuti gli anziani del villaggio per spiegare agli uomini che quanto successo non è colpa delle donne, in quella che appare una significativa correzione di pregiudizi plurisecolari.

di Pierluigi Natalia

Magistero Pontificio

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