La differenza donna-uomo ed i ruoli

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La differenza donna-uomo ed i ruoli

Giorgia Salatiello
Pontificia Università Gregoriana
Intervento al dibattito del Panel “Ruoli maschili e femminili: un’idea da abbandonare?”

La questione dei ruoli maschili e femminili, se affrontata in un contesto internazionale e, quindi, interculturale, muovendo dalla prospettiva dell’antropologia cristiana, pone subito un serio interrogativo al quale è necessario dare preliminarmente risposta, poiché ci si trova di fronte ad un’apparente contraddizione (si rileva, per inciso, che la stessa situazione si verifica a proposito della famiglia).

Da una parte, infatti, si afferma l’originarietà della differenza tra l’uomo e la donna, che consente di fare riferimento ad un’identità maschile o femminile, mentre, dall’altra, ci si trova di fronte alla molteplicità delle diverse interpretazioni che le culture danno di tale differenza, proponendo, e spesso imponendo, ai loro membri ruoli che variano profondamente da un ambito culturale all’altro.

Ciò ingenera l’idea di un’opposizione alla convinzione che la differenza sia originaria, cioè iscritta nella natura umana, a favore della concezione contraria che vede in essa solo un costrutto socio-culturale e, pertanto, è indispensabile affrontare questa problematica, prendendo avvio proprio dal concetto della natura umana, che sembra essere messo in discussione quando si volge l’attenzione alle diversità che si riscontrano tra le culture.

Si tratta, cioè, di vedere se tra la natura umana e le culture possa sussistere un rapporto che non annulli uno dei due termini, o se, invece, l’affermazione di uno di essi debba portare a rinunciare all’altro e, nel caso presente, all’idea di una differenza che non sia riducibile solo alle costruzioni culturali.

Riguardo alla natura umana si possono rintracciare due distinte prospettive, la prima delle quali è quella che oggi, assunta come l’unica, è da molti respinta perché, vedendola come una struttura statica e monolitica, si ha l’impressione che essa debba negare il riconoscimento di qualsiasi dinamismo e di ogni pluralità.

In questa prospettiva, una sola tra le culture sarebbe quella rispondente alla natura umana ed il giudizio su tutte le altre diverrebbe immediatamente negativo: è questa, purtroppo, la logica che è stata spesso sottesa all’atteggiamento dell’occidente e del nord del pianeta verso gli altri contesti socio-culturali.

Oppure, partendo da queste stesse premesse, le culture sono private di qualsiasi riferimento comune e si impone il più radicale relativismo riguardo ad interpretazioni che non hanno alcun fondamento in quello che è propriamente l’umano da tutte condiviso.

Quello ora sinteticamente prospettato, tuttavia, non è l’unico modo per intendere la natura umana, perché essa, al contrario, può essere affermata nella sua realtà di struttura aperta che costituisce proprio la precondizione del cambiamento e delle diversificazioni: «La natura umana è proprio questa apertissima possibilità strutturata di attività e perfezionamento che viene costituita da ciò che chiamiamo la struttura permanente, l’a priori dell’attività»1.

Su questa base, diviene possibile conciliare senza alcuna difficoltà l’unicità della natura umana e la molteplicità delle culture, perché la prima è intrinsecamente produttrice di cultura e le seconde sono ognuna una realizzazione, parziale e limitata in quanto storica, di ciò che è universalmente umano.



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Muovendo da qui, è possibile tornare all’interrogativo iniziale sui ruoli maschili e femminili, posti in relazione con la differenza tra l’uomo e la donna, di cui si afferma l’originarietà in quanto iscritta nella natura umana.

Innanzi tutto, si impone una constatazione: tutte le culture, anche se distanti nel tempo e nello spazio, li hanno sempre codificati, e la loro isolata ed individuale non accettazione è stata vista come una forma di comportamento deviante che solo oggi, prevalentemente nelle società occidentali, non ingenera più forme nette di condanna.

Ciò premesso, si devono, però, porre due questioni di primaria rilevanza.

In primo luogo, l’affermazione dell’originaria differenza deve di necessità tradursi, da parte dell’uomo e della donna, nell’assunzione di ruoli differenti, oppure il loro differire consente che entrambi possano assumere i medesimi ruoli, recando ciascuno il contributo peculiare che deriva dalla propria identità maschile o femminile?

In realtà si tratta di una falsa alternativa, poiché ciò che conta è garantire che l’apporto degli uomini e delle donne sia presente in tutti gli ambiti della società e della cultura, senza, tuttavia, alcuna negazione del valore di scelte “tradizionali”, soprattutto ad opera delle donne.

In seconda istanza, si rileva che la seconda questione è qui particolarmente significativa perché siamo in presenza di persone provenienti da culture tra loro anche molto diverse ed è necessario essere consapevoli, come già accennato, che i ruoli non hanno ovunque la stessa codificazione.

Tornando all’idea di natura umana che è stata prima prospettata, si può tranquillamente riconoscere tale diversità, senza alcun timore di cadere in pericolose forme di relativismo, proprio perché essa è espressiva della ricchezza dell’identica natura, da tutti condivisa.

Da queste ultime osservazioni scaturisce il riconoscimento dell’importanza di incontri come il presente, perché il confronto costituisce la base per la reciproca comprensione per l’arricchimento del proprio patrimonio culturale con elementi che appartengono ad altri contesti, ma che sono fondati sulla stessa, comune appartenenza umana.



1 SZASZKIEWICZ J., Filosofia della cultura, Roma 1974, p. 110.

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