Maggio- Giugno 2010: "La differenza come alterità"

Il concetto di alterità è centrale nella riflessione filosofica contemporanea ed è alla base del pensiero di molti autori, nei quali assume connotazioni spesso diverse anche in maniera significativa, ma tuttavia, sta sempre ad indicare l’attenzione a ciò che non è assimilabile alla logica ed alle esigenze di un unico soggetto.

In questa breve riflessione si intende mostrare come tale concetto possa costituire un valido strumento per cogliere le peculiarità della differenza tra la donna e l’uomo e per raggiungere questo obiettivo si farà riferimento all’interpretazione che ne fornisce Joseph de Finance (1) che in due dense pagine si occupa esplicitamente anche della differenza tra i sessi (2) .

La prima, costitutiva dimensione dell’alterità è indubbiamente, come si è già accennato, quella dell’irriducibiltà: altro è quello di cui non ci si può appropriare e che deve essere riconosciuto nella sua consistenza reale.

Il secondo carattere, inscindibile dal primo, è la relazionalità perché qualcosa può essere affermata come altra solo se si presenta in un rapporto che è ineliminabile perché, in mancanza di esso, vi sarebbe una pura semplice estraneità.

A fondamento di quest’ultima caratteristica vi è, però, quello che è il tratto più rilevante dell’alterità, ovvero la necessità di uno “spazio comune”, condiviso, sullo sfondo del quale l’alterità possa stagliarsi e la relazione instaurarsi.

Sulla base degli aspetti così individuati si possono poi distinguere tre tipi di alterità: quella tra gli oggetti, quella tra il soggetto ed un altro che può essere un oggetto o, a sua volta, un soggetto ed, infine, quella, interna al soggetto, tra i diversi strati dell’io.

La differenza tra la donna e l’uomo appartiene ovviamente al secondo tipo di alterità, cioè quella intersoggettiva e si può, anzi, affermare che essa, per la sua originarietà, è il prototipo di tutte le diverse forme di alterità interpersonale.

Si può, quindi, vedere come tutte le dimensioni dell’alterità, ora evidenziate, connotino intrinsecamente la differenza tra la donna e l’uomo e consentano di coglierne gli aspetti più rilevanti nel suo significato propriamente umano.

Innanzi tutto, la differenza si riferisce a due esistenti che posseggono, ciascuno in se stesso, un valore ed una dignità autonomi e nessuno dei due può essere considerato in funzione dell’altro, in una posizione puramente strumentale e di subordinazione gerarchica.

In seconda istanza, poi, nonostante la loro differenza, anzi proprio in virtù di essa, la donna e l’uomo sono posti costitutivamente in una relazione così profonda che tocca tutti gli strati del loro essere, da quelli fisici a quelli psichici, fino a quelli della più intima spiritualità: “l’uno non si oppone all’altro se non perché essi sono l’uno per l’altro e la loro unità sarà anche tanto più stretta, tanto più affermata quanto la loro diversità sarà meglio rispettata” (3) .

Anche la differenza tra i sessi, infine, implica, come si è visto riguardo all’alterità, l’esistenza di uno “spazio comune”, poiché essa non può in alcun modo significare estraneità tra i due e tale spazio è costituito dall’identica natura umana che si attua in entrambi pienamente, ma con differenti peculiarità.

In tal modo, la relazione risulta garantita, poiché, da un lato, l’identità della natura rende possibile il rapporto, fino alla sua più alta forma che è quella della comunione, mentre, dall’altro, la differenza consente l’arricchimento reciproco in uno scambio nel quale ciascuno dei due dona e riceve nello stesso tempo.

Concludendo queste sintetiche considerazioni, si può evidenziare che la lettura della differenza come alterità consente di evitare due pericoli tra loro opposti, ma ugualmente gravi, poiché, mentre garantisce l’irriducibiltà della donna e dell’uomo, salvaguardando le peculiarità di entrambi, permette di fondare saldamente la loro relazione, cogliendone l’originarietà e, nello stesso tempo, il valore propriamente umano.

Giorgia Salatiello

Magistero Pontificio

san-pedro

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